Episodio 8 · 24 aprile 2026 · 1h 11min

NIKE: Come un Compito di Stanford è Diventato un Impero Sportivo

“Lascia che gli altri chiamino folle la tua idea. Tu prosegui per la tua strada, non ti fermare”: è la frase che Phil Knight si disse quella mattina del 1962, a 23 anni, quando decise di importare in America delle scarpe da corsa giapponesi. Shoe Dog è il suo memoir.

L’idea folle parte come una ricerca universitaria a Stanford. Phil vola in Giappone, e davanti ai dirigenti dell’Onitsuka inventa sul posto il nome di una società che non esiste: Blue Ribbon. Riceve l’accordo e torna in Oregon ad aspettare. Il primo carico è di sole 12 paia di scarpe: Nike comincia così.

Per i vent’anni successivi vive sull’orlo del precipizio. Una partnership con l’allenatore Bowerman. Il primo dipendente Jeff Johnson che insiste per lavorare full-time mentre l’azienda affonda “come il Titanic”. La suola waffle che Bowerman inventa in cucina, versando il poliuretano nel ferro per i waffle di sua moglie, diventerà uno dei più grandi successi di Nike. Un processo contro l’Onitsuka, una fattura da 25 milioni di dollari della dogana americana, una crisi da 75.000 dollari che quasi distrusse Nike.

Il 2 dicembre 1980 Nike si quota in borsa a 22 dollari per azione, e Phil vale 178 milioni. Nelle ultime pagine scrive: “Quando parlo di scommettere sulle persone, si potrebbe dire che si è sempre trattato solo di quello.”

Trascrizione 25 capitoli · 1h 11min

Dieci riflessioni principali dall'episodio

1

Non si combatteva per vincere, ma per evitare di perdere. Con una strategia così, perdere era una certezza.

2

La gente presuppone che la competizione sia sempre una buona cosa, che ti tiri fuori sempre il meglio delle persone, ma ciò è vero soltanto per chi riesce a dimenticarla. Quello che bisogna imparare è l'arte di competere, quello che bisogna imparare era l'arte di dimenticare. Devono dimenticare i tuoi limiti, devi dimenticare i tuoi dubbi, la tua sofferenza, il tuo passato.

Devi dimenticare quella voce interiore che grida o implora: "Non un passo di più". E se per caso non è possibile dimenticarla, devi scenderci a patti.

3

Gli insegnamenti sembrano immateriali, ma sono comunque un patrimonio, per cui vale la pena correre dei rischi.

4

Avevo la penosa sensazione che il nostro tempo fosse breve, più breve di quanto pensassimo.

Breve come una corsa mattutina, e volevo che il mio avesse un senso e uno scopo, che fosse creativo e importante, ma soprattutto diverso.

5

In quel momento mi chiesi se ci fosse un modo, senza essere un atleta, di provare ciò che provano gli atleti, di giocare tutto il tempo invece di lavorare o di lavorare con gusto, tale da farne essenzialmente la stessa cosa?

Pensai l'unica soluzione era trovare un sogno prodigioso, improbabile, che sembrasse degno, divertente, adatto, e perseguirlo con la totale dedizione e determinazione di un atleta.

Chi ci piaccia meno, la vita è un gioco. Chi nega questa verità, chi si rifiuta di giocare, rimane a bordo campo.

E non era quello che volevo. Più di tutto era proprio quello che non volevo

6

Lascia che gli altri definiscano folle la tua idea; tu prosegui per la tua strada, non ti fermare, non pensarci neanche di fermarti finché non arriverai là e non stare a preoccuparti di dove sia là. Accada quel che accada, tu non ti fermare."

Ecco il consiglio precoce, profetico, urgente che riuscì a darmi di punto in bianco e che, in qualche modo, sono riuscito a seguire. Mezzo secolo dopo, sono convinto che sia il consiglio migliore, forse l'unico che chiunque di noi dovrebbe mai dare.

7

Mi rendo conto che per alcuni fare affari significa perseguire il profitto a oltranza, punto e basta. Ma per noi dire che il nostro solo scopo era fare soldi era come dire che il solo scopo di un essere umano è produrre sangue.

Sì, il corpo umano ha bisogno di sangue, ha bisogno di fabbricare globuli rossi, globuli bianchi e piastrine e di ridistribuirli uniformemente e senza troppi e senza intoppi nei punti giusti e al momento giusto.

Quell'attività quotidiana del corpo però non è la nostra missione, in quanto essere umani è un processo di base che ci permette di raggiungere i nostri obiettivi più alti e la vita si sforza sempre di trascendere i processi di base del vivere.

In un certo momento dei tardi anni 70, lo ho fatto anch'io: ho ridefinito il vincere, l'ho esteso oltre la mia definizione originaria di evitare di perdere o semplicemente di restare vivo. Tutto ciò non basta più a sostenere me e la mia azienda. Come tutte le grandi aziende, anche noi volevamo creare, contribuire e avevamo il coraggio di gridarlo.

Quando fai qualcosa, quando migliori qualcosa, quando fai nascere qualcosa, quando aggiungi una cosa o un servizio nuovo alla vita degli altri rendendo più felici o più sani o più sicuri, migliori, e quando lo fai in modo incisivo ed efficiente, in modo brillante, nel modo in cui si dovrebbero sempre fare le cose, anche se è raro che sia così, partecipi con maggior pienezza al grande dramma di tutta l'umanità anziché vivere e basta.

Aiuti gli altri a vivere più pienamente e se questo è far affari, bene, allora chiamatemi un uomo d'affari. Forse mi ci abituerò

8

sto avendo un minor successo come venditore. Ero stato incapace completamente di vendere enciclopedia, quindi perché con le scale era così diverso? E qua scrive che si rese conto che lui credeva nella corsa e che non era vendere per lui. Era convinto che se tutti fossero riusciti a correre un po' ogni giorno, il mondo sarebbe stato un posto migliore.

Credeva che quelle scarpe fossero le migliori per correre e quindi la gente, sentendo questa passione, questa convinzione, ne voleva anche un po' per sé di questa convinzione, che quelle veramente erano le scarpe migliori per correre. E quindi scrive la convinzione è irresistibile.

9

Il denaro, quando è cominciato ad arrivare a Palate, ha influenzato noi tutti. Non molto e non per molto, perché nessuno di noi è mai stato motivato dal denaro, ma è questa la natura dei soldi. Chi tu ne abbia o meno, chi tu ne voglia o meno, chi ti piacciono o meno, cercano di definire la tua vita. Il nostro compito di essere umani è fare in modo che non sia così."

10

Le aziende giudicavano l'annuncio innovativo e odace, non si concentrava sul prodotto ma sullo spirito alla base del prodotto, qualcosa che negli anni settanta non si era mai visto.

Quindi la pubblicità non si concentrava sul prodotto ma sullo spirito alla base del prodotto, e lo spirito della Nike era sempre uno spirito di anticonformismo di underdog, di competere con se stessi, lo spirito di un vero corridore.